Alessandro Di Battista non si spiega perché Di Maio, da lui definito un trasformista e arrivista senza voti, sia coccolato dal Pd. Non è certo stato tenero Dibba con l’ex grillino nel suo ultimo post su Facebook: “Luigi Di Maio non ha un voto. Chi conosce il fanciullo di oggi, lo evita. Trasformista, disposto a tutto, arrivista, incline al più turpe compromesso pur di stare nei palazzi. Perché il PD dovrebbe concedergli il “diritto di tribuna”, un modo politicamente corretto per descrivere il solito paracadute sicuro, tipo la Boschi candidata a Bolzano nel 2018? Perché? Che rassicurazioni ha avuto mesi fa, quando portava, insieme a Grillo, il Movimento 5 Stelle tra le braccia di Draghi?”. Secondo Di Battista sono queste le domande che i giornalisti dovrebbero rivolgere a Di Maio e che invece non fanno.
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Faremo lo parlamentarie. Giuseppe Conte prova a riprendersi la scena dopo settimane di polemiche, scissioni, e tensioni dentro e fuori del movimento. E invitato alla trasmissione Agorà annuncia che per scegliere i futuri parlamentari dei 5Stelle si faranno le parlamentarie. «Dobbiamo assolutamente farle, è un passaggio che rientra nella democrazia diretta per dare agli iscritti la possibilità di dare indicazioni sulla scelta dei candidati». Poi aggiunge, «ci saranno sorprese, ma non le anticipo». Di certo, sul fronte candidature, «ci saranno delle personalità di grande prestigio e competenza che ci daranno una mano». Fratoianni e Conte? «Con le persone – scandisce l’ex premier – serie che vogliono costruire un'agenda sociale e ecologica con noi c'è sempre possibilità». Quindi, il nodo Di Battista. «Alessandro è una persona seria – dice Conte – che ha dato un grande contributo alla vittoria del 2018. Sul fatto di poter rientrare nel M5S ci confronteremo. Ci parleremo in modo leale, non credo ci possano essere equivoci».
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"Non so se i milanesi voteranno: come me si sentono in grave crisi, un po’ traditi": l'ex sindaco Gabriele Albertini mette Silvio Berlusconi nel suo mirino, attaccandolo per la decisione di far cadere il governo Draghi. Poi, pur dicendo di aver votato Forza Italia l'ultima volta, oggi la situazione è molto diversa: "È così appiattita su posizioni in cui non mi riconosco, in questa vicinanza a Putin, in questo accordo con una coalizione che ha connotati demagogici e populisti tali da essere invotabile". Albertini, intervistato da La Stampa, ricorre a toni duri anche quando parla del Cav: "Berlusconi era il collante moderato centrista del centrodestra, ma con la caduta di Draghi molti si sono sentiti traditi. È il terzo governo che Berlusconi fa cadere. Questa volta gli hanno fatto balenare la possibilità di diventare presidente di quel Senato da cui era stato fatto decadere. Certo, per lui una bella soddisfazione…". Negativa anche la sua opinione su Salvini, che accosta al fondatore del M5s: "Grillo, Salvini sono stati l’ammiccamento all’onnipotenza dei desideri, piuttosto che alla razionalità. Hanno connotati da demagoghi".
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Abituati come sono a truffare gli italiani, è normale che i partiti si truffino pure tra loro. Nessuna sorpresa, dunque, per Calenda che obbliga Letta a umiliare Di Maio e Fratoianni escludendoli dai collegi uninominali, perché il Churchill dei Parioli non vuole confondersi con ex 5 Stelle e nemici degli inceneritori, però poi gli va bene ritrovarseli accanto in Parlamento portati al proporzionale dallo stesso Pd con cui si è alleato. O per meglio dire, ha scassinato. Strappare il 30% dei collegi sulla base di sondaggi che vanno dal 3,5 a 6%, infatti, più che un accordo è un furto con destrezza. Che comunque dà l’idea di quanto sappia trattare il segretario dem, ad oggi capace di escludere dalla sua coalizione solo Conte, che in effetti non ha nulla da spartire con questo giro dove potrebbe rientrare pure Renzi.
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«Ma ora che fai con loro?». La domanda di Carlo Calenda a Enrico Letta arriva dopo la stretta di mano. Il leader di Azione, incassato il sì alla sua proposta, quella di non presentare negli uninominali né ex forzisti, né ex pentastellati né i leader della «sinistra dei no», chiede al segretario del Pd come farà a rendere digeribile lo schema a Luigi Di Maio, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli. «Me ne occupo io, è una mia responsabilità...», replica il segretario del Pd. E a stretto giro di posta esce un comunicato che è, in realtà, il corollario dell’accordo a due con Azione: coloro che sono incandidabili nei collegi uninominali perché «divisivi» potranno godere, se vogliono, di un «diritto di tribuna» offerto dal Partito democratico. Ovvero, per essere chiari: potranno essere candidati nella posizione numero uno di un listino del Pd in un collegio proporzionale.
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“Le parlamentarie le dobbiamo fare assolutamente: è un passaggio significativo e importante, rientra nei nostri criteri di democrazia diretta e partecipata il fatto di poter dare agli iscritti la possibilità di potersi esprimere, dando indicazioni per quanto riguarda la scelta dei candidati”. È quanto ha detto questa mattina ad Agorà estate (qui il video) il presidente del M5S, Giuseppe Conte. Sul secondo mandato la discussione, ha detto Conte, è chiusa, ma “è chiaro che le persone che hanno realizzato più dell’80% del programma del Movimento hanno dei meriti, esperienze e competenze: troveremo il modo per coinvolgerli, lavoreranno comunque con noi. La cosa importante è lo spirito di comunità: io non voglio i fedelissimi di Conte, voglio solo i fedelissimi del Movimento. La politica deve essere un servizio: nessuno rimarrà lì a coltivare destini personali”.
“Non ho ancora deciso dove mi candiderò, perché siamo ancora al momento della creazione delle liste” ha proseguito il presidente del M5S, glissando, invece, per quanto riguarda il suo nome sul simbolo: “Abbiamo un bel simbolo, lo abbiamo modificato aggiungendo una data, 2050, la neutralità climatica. Dobbiamo perseguire il progetto delle rinnovabili e abbandonare il fossile. Guardiamo a quella data”.
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“Il tema è che, in quasi tutti gli incendi, c’è di mezzo la filiera dei rifiuti”. Lo ha detto Sabrina Alfonsi, assessora all’ambiente e ai rifiuti di Roma Capitale, dopo il sopralluogo nella zona dell’incendio divampato sabato 9 luglio a Centocelle. Ma di quale filiera dei rifiuti stiamo parlando? Non ci potrà mai essere concordia scientifica, né tantomeno alcuna razionale discussione né sui rifiuti e tantomeno sugli inceneritori in Italia, se non ci decidiamo ad esporre chiaramente a tutti i cittadini italiani che ogni giorno devono preoccuparsi del corretto smaltimento non già dei soli “miseri” 1.1 kg/procapite/die di rifiuti solidi urbani, ma anche di ben circa 10 kg/pro-capite/die di
rifiuti reali complessivi! Senza alcuna tracciabilità certificata a monte che possa indicare con esattezza ed onestà provenienza, percorso e destinazione finale! 10 kg reali di rifiuti complessivi a testa al giorno di cui 1 solo di rifiuti urbani. Eppure ci fanno credere che gli rsu (rifiuti solidi urbani) sono il solo e principale problema. Oggi vediamo anche la Capitale d’Italia, Roma, essere coinvolta nello stesso modo e con le stesse modalità criminali e di disinformazione dell’opinione pubblica, come già più volte accaduto a Napoli nel corso degli ultimi decenni. Ricordo la crisi, la cosiddetta “emergenza rifiuti” del 2008, finalizzata anche alla imposizione senza alcuna ulteriore discussione del maxi inceneritore di Acerra, inaugurato nel 2009 e “regalato” alla A2a dei comuni di Milano e Brescia: un inceneritore che ne vale 9 medi europei e che vede concentrato in un unico territorio (Acerra) quello che in tutte le altre regioni “inceneritoriste” viene ripartito in 7 (Emilia) o ben 13 (Lombardia) impianti.
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Gli impianti trattano di tutto lavorando a pieno carico e l’elettricità prodotta è scarsa e inquinante, ma una pista da sci non si nega a nessuno… Il decreto Aiuti passato al Senato ha attribuito poteri commissariali al sindaco Roberto Gualtieri, per gestire i rifiuti, e lui ha subito annunciato un inceneritore da 600/700.000 tonnellate. Qualcuno sostiene che tratterà i rifiuti indifferenziati senza altro preventivo trattamento, dato che Roma non arriva a produrre una simile quantità di combustibile da rifiuti, non resterebbe che importare combustibile oppure mandare ad incenerimento tutto l’indifferenziato della Capitale, che comunque aumenterebbe lasciando disagio sulle strade e insostenibilità sui siti degli impianti. L’Ue stabilisce che la gestione dei rifiuti deve rispettare la gerarchia dei trattamenti, ma anche dismettere inceneritori, che non possono essere alimentati a talquale, quando non recuperano abbastanza energia e sarebbe questo il caso di Roma.
Ma questa non è la sola criticità e narrazione edulcorata. Continua infatti, con l’impianto di Copenaghen, il viaggio dentro i reali numeri dell’impatto dei tanto decantati impianti di incenerimento rifiuti, usati dal sindaco Gualtieri per sponsorizzare, in modo strumentale, il mega progetto di “termovalorizzatore” di Roma. Numeri e dati ricavati dalle schede tecniche degli impianti analizzate in collaborazione con l’Associazione Salute Ambiente di Albano-Cancelliera. Come funziona quindi il modello “virtuoso” di cui tutti parlano?
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Dopo picche e ripicche e schermaglie di giorni e giorni alla fine il matrimonio si farà. Enrico Letta e Carlo Calenda hanno siglato un patto che li vedrà correre assieme alle prossime elezioni. Le liste del Pd e di Azione/+Europa parteciperanno – si legge in questo patto messo nero su bianco – alla campagna elettorale guidate da Letta, frontrunner per i democratici e progressisti, e Calenda, frontrunner per Azione/+Europa e liberali. Ma non sono tutte rose e fiori. E se Letta imbarca nella sua arca Calenda rischia di perdere altri alleati. L’accordo è stato trovato nel nome dell’agenda Draghi e di una spartizione in cui il leader del Pd si è piegato ai diktat arrivati dal leader di Azione. Calenda riesce a spuntarla nella richiesta di non candidare personalità che possano risultare divisive per i rispettivi elettorati nei collegi uninominali.
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Ora che Enrico Letta si è accorto che il suo Campo largo dei progressisti somiglia più a un Campo santo, e tenere insieme dai 5 Stelle a Calenda (che neppure ci vuole stare) significa rivedere il film finito male dell’Ulivo, chi ha sfilato? Ovviamente chi c’entrava meno, cioè Conte che con la sua agenda sociale smaschera il Pd, ormai trasformato da forza di sinistra in partito di centro e di potere. Nel M5S qualcuno c’è rimasto male, se non altro per il sostegno dato ai candidati del Nazareno in molte elezioni amministrative, per non parlare delle primarie di coalizione che si svolgono proprio oggi in Sicilia, ma la decisione di Letta e Franceschini è per i 5S un’occasione. Mentre i dem finiscono di tradire i loro elettori santificando l’agenda Draghi, si apre immenso un Campo giusto, cioè quell’area che va da Bersani a Di Battista, dalla sinistra dei valori agli ecologisti veri, fino a De Magistris e chi ha nel welfare, nel pacifismo e nell’ambiente le proprie stelle polari. Il Campo giusto ha un programma già scritto, chiaro e urgentissimo: sono i nove punti posti al premier uscente, che racchiudono nel loro insieme un’idea di Paese solidale, equo e sostenibile.
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È necessario adeguare le regole sul quorum, sul numero delle commissioni e sul funzionamento dei lavori. Ma non è ancora avvenuto, nonostante la legge sia del 2020. La prossima settimana potrebbe esserci un’accelerazione. Il Parlamento non è pronto per le elezioni anticipate del 25 settembre. Nonostante il referendum sul taglio dei parlamentari risalga ormai al settembre 2020, le Camere in due anni non sono ancora riuscite ad approvare i nuovi regolamenti che servono per far funzionare i due rami del Parlamento in base alla riduzione del 30% di deputati e senatori. Dalla prossima legislatura, infatti, la Camera passerà da 630 a 400 deputati e il Senato da 315 a 200. Quindi è necessario adeguare le nuove regole su quorum, numero delle commissioni e funzionamento dei lavori. Questo non è ancora avvenuto: le Giunte per il Regolamento di Camera e Senato ci stanno ancora lavorando. La prossima settimana, proprio per lo scioglimento anticipato e il voto del 25 settembre, potrebbe esserci un’accelerazione.
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L'ex premier è entrato in modalità elezioni. Le giocherà in prima persona, candidandosi proprio per entrare in quel Senato dal quale fu cacciato. E vuole la presidenza post-Casellati. L'ipotesi del "diabolico meccanismo" a cui stanno lavorando Lega e Forza Italia. Salvini: "Può aspirare legittimamente a qualsiasi incarico". Stupore all'estero. "Berlusconi è in formissima, sta come un grillo. E si candida certamente al Senato. Lui in genere si esalta in campagna elettorale e questa è la sua nona campagna elettorale". A dirlo è il suo vice, il coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani. Che la campagna elettorale verso il 25 settembre sia già abbondamente cominciata lo si capisce dalla promessa di portare tutte le pensioni a 1000 euro. Non proprio una novità nel repertorio, ma il classico segnale che Silvio Berlusconi è entrato in modalità elezioni. Le giocherà in prima persona, candidandosi proprio per entrare in quel Senato dal quale fu cacciato in virtù della condanna per frode fiscale. I suoi già lo vedono eletto presidente di palazzo Madama, successore di Casellati. Dopo il fallimento delle sue ambizioni quirinalizie a gennaio, in tanti pensano che il primo obiettivo di Berlusconi sia il secondo scranno più alto. Lui non conferma, i suoi fedelissimi smentiscono e parlano di insinuazioni "ridicole e offensive. Nessuno ha mai offerto nulla al presidente. E la sua scelta non è stata orientata dalla disponibilità o meno di un qualunque posto".
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Fratelli d'Italia, Lega, Italia Viva non hanno dubbi di sorta. Fosse per loro, abolirebbero oggi stesso il reddito di cittadinanza. A difenderlo, nonostante le evidenti difficoltà della fase attiva di ricerca lavoro, ci sono M5S, Pd, Leu: gli scenari. Cosa succederà al reddito di cittadinanza nella prossima legislatura? Cosa ne pensano della misura simbolo di questi anni i partiti che hanno più chance di andare al governo? Se vince la destra, il sussidio rischia di saltare? Tante domande, a cui è difficile dare risposte certe. In primis, va detto che rinunciare al reddito di cittadinanza dall'oggi al domani non è nell'ordine delle cose. Non accadrà, non subito almeno. Nei primi 36 mesi di applicazione, tra aprile 2019 e aprile 2022, il Rdc è andato a 2,2 milioni di famiglie per 4,8 milioni di persone. Secondo Istat, senza il Rdc, il Rem e gli altri sussidi Covid avremmo avuto un milione di poveri in più. In tre anni lo Stato ha speso 23 miliardi per il reddito per un importo di 577 euro al mese in media a famiglia, contro i 248 euro della pensione di cittadinanza.
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Secondo quando indicato dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), il programma che dovrebbe portare al nuovo digitale terrestre si è concluso ottimamente. ...... Peccato però che, in concomitanza con il completamento delle operazioni di refarming del digitale terrestre, in diverse zone di alcune Regioni sono cominciati i problemi. L’aspetto che sta preoccupando maggiormente le associazioni dei consumatori è che ciò riguarda anche città importanti come Roma e Bari, per fare due esempi. In pratica, alcuni canali TV non si vedono proprio o vengono trasmessi a singhiozzo. In alcune ore, addirittura, sembra proprio che il digitale terrestre si spenga per poi riprendere successivamente a funzionare. Insomma, si tratta di una situazione difficile. Ma come risolvere questi disagi?
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Quanto costerà agli italiani il game over del governo Draghi? Al momento è difficile dirlo, visto che le variabili sono numerose (dai tempi per andare al voto al contesto internazionale), così come gli allarmi che si sono letti nelle ultime ore sui giornali. Alcuni di questi si sono già rivelati infondati. Ad esempio, stamani il Consiglio direttivo della Bce ha approvato lo scudo anti-spread, il meccanismo che dovrebbe mettere al riparo i Paesi dalle speculazioni di mercato legate alle misure anti-inflazione della Banca centrale. Eppure, tanti osservatori italiani negli ultimi giorni avevano avvertito che, senza Mario Draghi in sella al governo, Roma non sarebbe mai riuscita ad far passare il meccanismo, oggi invece approvato all’unanimità. E i fondi Ue? Questa partita è più complessa e per capirla è bene ripassare qualche regola. Innanzitutto, le istituzioni europee sono tenute a trattare allo stesso modo tutti i governi nazionali a prescindere dal colore politico dei partiti che li sostengono. La recente approvazione del Recovery plan della Polonia, guidata da uno dei governi più ostili nei confronti di Bruxelles, ne è stata una dimostrazione. L’addio al governo Draghi certamente non può essere un motivo di riduzione dei fondi Ue destinati all’Italia, ma il discorso si fa più complesso se si guarda al calendario delle scadenze del Pnrr, ovvero il Piano italiano approvato da Bruxelles che dà accesso ai finanziamenti del Recovery fund: 68,8 miliardi di sussidi e 122,6 miliardi di prestiti.
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