Quell’incontro dello scorso 10 febbraio tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi a villa Zeffirelli fu fatto passare per una mera chiacchierata tra amici con tanto di ‘gaffe’ e di replica piccata della Meloni. Ma non andò esattamente così. Salvini e Berlusconi non parlarono solo e soltanto del nascituro governo Draghi ma fecero molto di più. Parlarono anche di cosa fare in caso di elezioni che qualcuno dalle parti del centrodestra spera arrivino prima del previsto, ovvero subito dopo l’elezione del capo dello Stato. Ed per questo, dicono i maligni che “Salvini sembra già essere in modalità campagna elettorale” tanto che alcuni si spingono persino ad ipotizzare un “patto tacito” tra Salvini e Draghi (grazie a Giorgetti): il governo in cambio del Quirinale. Questo spiegherebbe tutto della repentina e per certi versi incomprensibile svolta “responsabile” ed europeista del leader leghista. Ma torniamo a quel 10 febbraio. “Un colloquio “lungo e cordiale”, così lo definirono le agenzie, con tanto di foto che sembrava voler simboleggiare un rinnovato asse. L’unica stonatura arriverà più tardi in un comunicato del partito di via Bellerio, in cui si confermava la disponibilità a far nascere l’esecutivo dell’ex Presidente Bce sia “come Lega che come centrodestra”.
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Il Cazzaro vero. “Il Ponte sullo Stretto? Parecchi ingegneri dicono che non sta in piedi. E il 90% delle ferrovie in Sicilia è a binario unico e la metà dei treni va a gasolio. Non vorrei spendere qualche miliardo di euro per un ponte in mezzo al mare quando sia in Sicilia sia in Calabria non ci sono i treni. Aveva ragione Renzi quando era un altro Renzi, nella vita precedente, che diceva: quei soldi usiamoli per sistemare le scuole. Sono d’accordo col Renzi vero e non col Renzi falso” (Matteo Salvini, segretario Lega, L’aria che tira, La7, 1.10.2016). “Il Ponte sullo Stretto sarebbe un salto nel futuro, un gemellaggio tra i sindaci di Genova e Reggio Calabria” (Salvini, 22.6.20). ”Nessun via libera di Salvini al Ponte sullo Stretto. Opinioni diverse attribuite al segretario della Lega Nord sono destituite da ogni fondamento. Più volte Salvini ha espresso profonde criticità sull’opera” (nota della Lega, 23.6.20). “Il Ponte sullo Stretto? Io ci credo. Potrebbe chiamarsi Ponte Draghi” (Salvini, 18.2.21). Non ho detto ciò che ho detto e, se l’ho detto, mi sono frainteso.
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Ma vi ricordate quando Salvini protestava sotto Montecitorio per le “misure presentate in Tv invece che in Parlamento”? Era dicembre 2020, ma erano anche tutti i mesi precedenti. E quando Renzi si opponeva con tutte le sue forze contro la chiusura di teatri e ristoranti? Era ottobre e mentre la seconda ondata correva veloce, il leader di Italia Viva pensava alle sue mosse per ritirare le sue due ministre prima e per far cadere il governo poi. I Dpcm attuati da Giuseppe Conte negli ultimi mesi sono stati sotto il segno della prudenza a causa del picco dei contagi dopo l’estate e dell’avanzare delle varianti in autunno. In buona sostanza: ristoranti chiusi, coprifuoco, stop agli spostamenti tra Regioni, o ancora lo stivale diviso tra zone rosse, arancioni e gialle. Beh, i primi provvedimenti presi da Mario Draghi in materia Covid ricalcano esattamente quella strada. Peccato che ora Lega e Italia Viva siano magicamente d’accordo.
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Novità "attive" dalle prossime ore. Da oggi 1 marzo 2021 per pagare tasse e bollette online sarà necessario avere lo Spid o la carta d'identità elettronica (Cie). Entro il 28 febbraio le amministrazioni italiane e i gestori dei servizi pubblici hanno dovuto rendere disponibili i pagamenti elettronici utilizzando la piattaforma pagoPa. Il passaggio è graduale, per oggi è ancora possibile accedere con le vecchie credenziali, alle quali però bisognerà gradatamente disabituarsi perché dal 30 settembre verranno dismesse. La rivoluzione digitale dei rapporti tra Pubblica amministrazione e cittadini. Servirà una delle modalità di identificazione e autenticazione riconosciute per i servizi online. Addio di fatto Fisconline e pin per entrare nei servizi dell'Agenzia delle Entrate, bisogna avere Spid - l'identità digitale del cittadino - oppure la Carta d'identità elettronica o la Carta nazionale dei servizi. La rivoluzione digitale dei rapporti tra Pubblica amministrazione e cittadini scatta in queste ore. Lo Spid è il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Consiste di un sistema basato su credenziali personali che, grazie a delle verifiche di sicurezza, permettono di accedere ai servizi online della Pubblica amministrazione e dei privati aderenti.
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Se non fosse abbastanza chiaro, il Movimento appoggia la ricandidatura della sindaca Virginia Raggi (nella foto). “Per noi la Raggi a Roma non è negoziabile” ha tagliato corto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, intervistato su Facebook dal giornalista Andrea Scanzi. “Ci sono sette grandi città che vanno a votare” e per questo “sono sei mesi che chiedo un tavolo” perché “se non ci sediamo e discutiamo” con gli alleati, rischiamo che “il patrimonio costruito nel Conte II venga definitivamente disperso”, prosegue il grillino sottolineando come manchi ancora un coordinamento con i dem sia a livello nazionale che territoriale. “Il tema non è che il Pd deve venire verso di noi o noi verso di loro ma l’avere un progetto comune” ha concluso Di Maio.
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La decisione è maturata nel corso del vertice di 3 ore tenuto a Roma in presenza del garante di M5S e dei vertici del partito. Il rinnovamento dei grillini punterà sulla transizione ecologica, l’etica pubblica, la lotta alle disuguaglianze e la democrazia diretta. Giuseppe Conte avrà un ruolo di primo piano nel Movimento 5 Stelle per un “progetto rifondativo”. Questo l’esito di un vertice che si è tenuto all’hotel Forum, a Roma, e durato circa 4 ore. Presenti, oltre allo stesso ex premier e al garante del movimento, Beppe Grillo, tra gli altri Vito Crimi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il presidente della Camera Roberto Fico, i capigruppo al Senato e alla Camera, Ettore Licheri e Davide Crippa, l’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, mentre il ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli era collegato in videconferenza. Adesso si apre il fronte di una possibile modifica statutaria e dell’eventuale via libera degli iscritti tramite la piattaforma Rousseau. Proprio da Rousseau a meta’ febbraio era arrivato l’ok alla nuova governance, con il superamento del capo politico e l’istituzione di un direttorio a cinque. “Bellissima giornata. Tutte le cose che non verranno pubblicate sono vere”, commenta su Twitter il garante del M5S, Beppe Grillo. “Giuseppe Conte ha raccolto l’invito a elaborare nei prossimi giorni un progetto rifondativo con il Movimento 5 Stelle. Una sfida cruciale per il Movimento, una ristrutturazione integrale per trasformarlo in una forza politica sempre più aperta alla società civile, capace di diventare punto centrale di riferimento nell’attuale quadro politico e di avere un ruolo determinante da qui al 2050”, scrive su Facebook il MoVimento 5 Stelle. “Il Movimento sara’ la forza trainante della transizione ecologica e digitale, poggiando però su pilastri insostituibili, quei valori originari che lo hanno sempre contraddistinto – prosegue il post -: la tutela dell’ambiente, l’importanza dell’etica pubblica e della lotta alla corruzione, il contrasto delle diseguaglianze di genere, intergenerazionali, territoriali, la lotta contro le rendite di posizione e i privilegi, la più ampia partecipazione dei cittadini alla vita democratica attraverso il rafforzamento degli istituti di democrazia diretta”.
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Ieri è stato molto utile fare un ripasso delle riforme non più rinviabili per avere finalmente anche in Italia un’informazione sana e accessibile a tutti. A fare l’elenco (leggi l’articolo) ci ha pensato Beppe Grillo, che sul suo blog ha messo in fila la rete pubblica della fibra, la copertura di tutto il territorio nazionale, comprese le aree dove gli operatori privati hanno poco o niente da guadagnare, il 5G, il wi-fi gratis e lo sviluppo delle nuove tecnologie, fino alla politica fuori dalla Rai, l’eliminazione dei contributi pubblici all’editoria, il superamento della legge Gasparri e altro ancora. Tutto giusto, tutto bello, se non fosse che tra i suoi primi atti la nuova maggioranza ha rinviato di due anni la fine del finanziamento dello Stato a una serie di giornali. Quella che è da sempre una battaglia dei Cinque Stelle, e che permetterebbe a giornali liberi e sani come La Notizia di competere ad armi pari con gli altri quotidiani, è stata calpestata – a grosse spese dei contribuenti – per tenere in vita fogli che da soli non resisterebbero un minuto sul mercato, e che per questo difendono il sistema con le loro bugie e cospargono di letame chi può permettersi di raccontare i fatti e analizzarli con sincerità.
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Per mesi hanno preso clamorosamente per i fondelli gli italiani, dicendo che Giuseppe Conte affamava i ristoratori e si accaniva sulle palestre, ammazzava i cinema e seppelliva i centri commerciali, dove non c’era nessun rischio ad aprire in sicurezza. Poi arrivati al governo con la complicità dei renziani che cosa fanno Lega e Forza Italia? Confermano insieme a Mario Draghi le stesse chiusure di prima, e nelle zone rosse le aumentano pure. Una totale ammissione delle stupidaggini che dicevano prima o del voltafaccia di adesso, fate voi. D’altra parte parliamo delle stesse forze politiche che a inizio della pandemia contestavano persino l’uso delle mascherine, sostenevano i presidenti di Regione che volevano deroghe ai Dpcm sugli orari di ristoranti e bar (Calabria, poi bocciata dal Tar), aprire le discoteche (Sardegna), le piste da sci (Liguria e Lombardia), spostarsi tra i Comuni (Italia Viva), andare a cena quando e dove ci pare (opinionisti assortiti da talk show televisivi a tendenza sovranista, cioè quasi tutti).
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Sefano Bonaccini dice sì ai ristoranti aperti anche la sera, come proposto dal leader della Lega Matteo Salvini. “Dove le cose vanno in maniera migliore si può provare a dare un po’ di ossigeno, dove ci sono meno rischi, a queste attività”, concorda il presidente dell’Emilia-Romagna e della conferenza delle Regioni, parlando oggi all’Aria che tira, su La7. Una proposta “ragionevole” dunque quella di Salvini, anche se il governatore Pd aggiunge “controlli più serrati” all’ipotetica riapertura a cena. A Bologna nella fiaccolata dei ristoratori per protesta contro le norme imposte al settore compariva lo striscione: “Pranzare e cenare non è contagiare”: i titolari chiedono la riapertura dei locali anche alla sera. Ma in Emilia-Romagna i casi sono in aumento. Ci sono zone critiche, come il Bolognese, dove i casi superano i 500 al giorno, e dove San Benedetto Val di Sambro rischia la zona rossa. “La situazione è preoccupante perché la terza ondata in tutta Europa c’è, qui la stiamo sfiorando”, sottolinea Bonaccini.
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Finiscono in manette il sindaco di Celano (L’Aquila) Settimio Santilli e il vice sindaco, Filippo Piccone (nella foto), amministratori di centrodestra. Il primo, sovranista, va agli arresti domiciliari, il secondo in carcere a Vasto (Chieti). Il sindaco Santilli da novembre 2018 è passato a Fratelli D’Italia mentre il vice sindaco del comune marsicano, Piccone, per diversi mandati sindaco di Celano, è stato in quota Forza Italia sino al 2009 poi è passato al Popolo delle libertà, ma solo sino al 2013. In questo stesso anno è stato eletto deputato in Parlamento e ha compiuto un altro passaggio politico al Nuovo centro destra guidato da Angelino Alfano, poi nel 2017 Piccone confluisce ad Alternativa Popolare che abbandona e un mese dopo, esattamente il 22 dicembre 2017, la Camera dei deputati ha approvato a voto segreto le sue dimissioni. INTOCCABILI. Sono questi i due indagati di spicco, sui 56 totali, finiti al centro dell’operazione Acqua Fresca condotta dai Carabinieri del Nucleo investigativo del Comando della Provincia dell’Aquila, guidati dal Maggiore Edoardo Comandè.
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Mi rendo conto che a chi ha abbassato le saracinesche del proprio negozio (e oggi non sa se e quando le tirerà su), a chi ha paura che le banche gli portino via la casa che ha impegnato per comprare nuovi macchinari per la sua azienda o ai titolari di palestre e piscine (e a tutti i loro dipendenti) – tra le categorie più martoriate degli ultimi mesi – importi poco o nulla del conflitto di interessi. Tuttavia è bene sapere che conflitto di interessi significa accentramento di potere, significa prevaricazione economica di taluni su altri, significa spreco di denaro pubblico. Essere in conflitto di interessi può determinare gli stessi effetti di corrompere, solo che nel nostro Paese è legale. È legale essere il presidente di una forza politica al governo e, contemporaneamente, possedere un impero mediatico capace di influenzare opinioni e diffamare avversari. È legale che un ministro della Repubblica si occupi della banca dove il padre è vice-presidente. È legale che un ex-Presidente del Consiglio, nonché segretario di un partito anch’esso al governo, nonché senatore della Repubblica, riceva fiumi di denaro da organizzazioni estere per “deliziare” platee estere, in conferenze estere. È legale che ministri dell’economia e delle finanze, nonché sottosegretari all’economia, nonché direttori generali del Tesoro, lascino incarichi pubblici (durante i quali si sono occupati del sistema bancario) per sedersi in ruoli apicali e strapagati nelle principali banche d’affari. È legale che il principale gruppo industriale italiano possieda contemporaneamente il più grande impero mediatico. Tutto questo oggi è legale, ma resta immorale, ed è ancor più immorale il fatto che si sia smesso di informare la pubblica opinione sulle conseguenze nefaste dei conflitti di interessi. Il governo Draghi non è il governo dei migliori, è il governo dei conflitti di interessi.
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“Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente”, scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo. Il Governo Draghi ha applicato il principio. E chi si aspettava una vera e propria rottura col precedente premier Giuseppe Conte sarà rimasto deluso. Il Consiglio dei ministri, infatti, ha prorogato le misure anti-pandemia già in vigore, aumentando le restrizioni previste nelle aree a più alto rischio. Una stretta “indispensabile”, l’aveva definita il ministro della Salute, Roberto Speranza, ricordando l’allarme lanciato dall’Istituto superiore di sanità sulle varianti Covid e sulla necessità di rafforzare le misure. Scontata quindi anche la riconferma delle altre restrizioni, come il blocco degli spostamenti: fino al 27 marzo resta quindi il divieto di muoversi tra le Regioni indipendentemente dal colore. “Dopo 12 mesi di annunci e conferenze stampa contrarie alle misure di Governo ci aspettavamo, che una volta entrati in maggioranza, i leghisti imponessero un cambio di direzione soprattutto per il divieto di spostamenti tra regioni che potrebbe penalizzare la Lombardia”, ironizza Gregorio Mammì, consigliere regionale M5S al Pirellone. Invece, “il neo ministro del Turismo Garavaglia, evidentemente, non ha saputo far valere le ragioni più volte sbandierate dalla Lega in ogni sede”. Una novità nel provvedimento c’è. Nelle zone rosse niente più visite ad amici e parenti. Resta nelle zone gialle e arancioni la possibilità, una sola volta al giorno, di andare in un’altra abitazione privata, tra le 5 e le 22, in massimo due persone, con i figli minori di 14 anni.
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Uno dei motivi per cui il M5S ha deciso di sostenere il governo Draghi è difendere le sue battaglie, a partire da quella sul Reddito di cittadinanza. Al termine delle consultazioni col premier incaricato di formare il nuovo esecutivo, la preoccupazione di Vito Crimi e Beppe Grillo è stata quella di rassicurare che il “Reddito di cittadinanza non si tocca”. Al momento di congedarsi, l’ex ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha ribadito che è “necessario assicurare piena continuità e realizzazione al Reddito di cittadinanza. Se l’Italia è riuscita a contenere l’impatto sociale ed economico della pandemia è anche grazie a questa riforma il cui ruolo è e sarà determinante per garantire la ripresa del nostro Paese”. E adesso è dall’Europa che arriva il riconoscimento al lavoro fatto dal M5S a sostegno dei più fragili. “Un riconoscimento che ci rassicura che la strada intrapresa sin qui è lungimirante, una misura che permette inclusione e giustizia sociale, e allo stesso tempo immette liquidità nell’economia”, scrive la pentastellata Paola Taverna. La novità di oggi è che il regolamento di istituzione del Recovery fund, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, spiega che il rispetto delle ultime raccomandazioni dell’Ue all’Italia è tra i principali parametri di cui la Commissione terrà conto nel valutare i Recovery plan nazionali. E che, viceversa, la mancata adesione a quei “suggerimenti” potrebbe comportare la bocciatura del documento necessario a ottenere le ingenti risorse provenienti da Bruxelles.
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Il governo Draghi vuole congelare il premio per fermare il fenomeno dei rimborsi a raffica. Si rischia anche la cancellazione totale del regalo da 1500 euro per chi effettua più transazioni entro sei mesi. La storia del furbetto del rimborso che ha effettuato 62 transazioni in soli 55 minuti per un importo complessivo di 6,51 euro in una pompa di benzina convince il governo Draghi allo stop sul super cashback. E così potrebbe essere fermato addirittura fino a dicembre il premio semestrale da 1500 euro per chi utilizza più volte bancomat, carte di credito e app per pagare gli scontrini: il ministero dell'Economia valuta uno stop per risolvere il problema di chi effettua tante piccole mini-transazioni a poche ore di distanza per scalare la classifica. La storia è cominciata all'inizio di febbraio, quando i giornali hanno raccontato la storia che si è verificata in un distributore di benzina di Caraglio, piccole comune in provincia di Cuneo. Il titolare della stazione di rifornimento Ip, Aldo Bergia, è rimasto sorpreso al mattino nel vedere 62 transazioni effettuate tra le 20:42 e le 21:37 della sera precedente. Decine di “scatti” anche di pochi centesimi, che però avevano uno scopo ben preciso: accumulare transazioni sulla propria carta bancomat per scalare la classifica del cashback.
Leggi tutto: Il super cashback bloccato per i "furbetti" delle transazioni multiple?
L’endorsement di Beppe Grillo a Virginia Raggi è arrivato con un “Aridaje!”su Twitter, dove il garante del M5S ha condiviso una foto che lo ritrae insieme all’attuale sindaca di Roma. “Roma ha bisogno ancora di te!” ha scritto Grillo. “Chi sta con Virginia, sta con il MoVimento”. Appoggio rilanciato poi dall’ex capo politico Luigi Di Maio sulle sue pagine social, che però non dice niente sulla richiesta fatta da Raggi il 17 febbraio scorso, quando ha invitato i colleghi pentastellati a esprimersi con un voto su Rousseau sulla sua ricandidatura e abbandonare le ambiguità. Ma la corsa al Campidoglio è una patata bollente, anche perché il sostegno di Raggi andrebbe ad intaccare il percorso di alleanza tra Pd e M5s, il cui banco di prova saranno proprio le prossime elezioni amministrative. Anche se il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha ribadito l’importanza di “lasciar scegliere i territori” sui candidati, quella di Roma è una partita centrale per dare credibilità all’asse strategico “giallo-rosso”. Intanto nei giorni scorsi si era parlato della possibilità di presentare l’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri come candidato unitario, voce poi smentita dai vertici del partito. Se i grillini sostenessero Raggi in modo compatto – come il garante ha invitato a fare in modo deciso nel suo messaggio – l’alleanza sfumerebbe, e i due ex alleati di governo vedrebbero svanire il proprio progetto sul nascere, nei giorni in cui il M5S è attraversato da una profonda crisi interna dopo il no di oltre 40 parlamentari alla fiducia al governo Draghi.
Leggi tutto: Grillo: “Roma ha ancora bisogno di Virginia Raggi, aridaje!”
È un riflesso pavloviano che attanaglia la Lega ogni volta che si parla di cultura: arriva il martelletto e Salvini estrae dal cilindro la mirabile figura di Lucia Borgonzoni, come se nella sua cesta avesse solo quello e come se tutte le figure barbine collezionate fin qui siano slavate dalla memoria corte di cittadini ed elettori. E così accade ancora che per il ruolo di sottosegretaria all’Istruzione circoli con molta insistenza sempre lei, ancora lei, che sottosegretaria alla cultura era stata già in occasione del primo governo Conte, quando ci deliziò dicendo “leggo poco, studio sempre cose per lavoro. L’ultima cosa che ho riletto per svago Il Castello di Kafka, tre anni fa. Ora che mi dedicherò alla cultura magari andrò più al cinema e a teatro”, incassando subito lo sdegno di chi alla cultura si dedica da una vita e si è ritrovato ad avere una referente del genere. Ma Lucia Borgonzoni la ricordiamo anche candidata alle elezioni regionali in Emilia Romagna dove sfoggiò un alto esercizio di cultura generale raccontandoci come l’Emilia Romagna confinasse con il Trentino (del resto cosa interessa a una leghista dei confinanti, loro che vogliono chiudere i confini?) e la sua notevole proposta di tenere gli ospedali “aperti di notte, di sabato e di domenica, come in Veneto” per “difendere i più deboli” dimenticando (o non sapendo) che era già così dappertutto, mica solo nelle regioni governate dalla Lega.
Leggi tutto: "Non leggo da 3 anni". Ma la Lega propone Borgonzoni sottosegretario all'Istruzione
“Siamo andati al Governo nel momento più difficile dell’Italia dal dopoguerra. Voglio ringraziare Giuseppe Conte per la signorilità con cui ha gestito l’uscita di scena, si dice che il valore delle persone si capisce da come escono da un incarico e Giuseppe Conte è stato un signore”. E’ quanto ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. “Con lui è un arrivederci – aggiunto l’esponente pentastellato -, spero che il M5S possa accoglierlo a braccia aperte il prima possibile perché incarna i nostri valori ed è grande risorsa per il Paese. E seconda cosa: ho detto sì perché condivido le posizioni di Beppe Grillo”.
Leggi tutto: Di Maio: “Spero che il M5S possa accogliere Conte a braccia aperte il prima possibile perché...
Al Senato i 5 Stelle, Pd e Leu danno vita a un intergruppo, in Campidoglio si fanno gli sgambetti sulla Raggi. Niente di nuovo in una storia che vede dissanguarsi sempre e solo il Movimento, come avvenuto in tutte le occasioni in cui dem e 5S hanno provato a collaborare, comprese le ultime regionali in Puglia, per non parlare di quelle in Emilia Romagna e Toscana, dove il voto utile in funzione anti-destra ha penalizzato una parte sola, sempre la stessa. Naturale che il partito di Zingaretti ci abbia preso gusto, e l’idea di riprendersi la Capitale compensando la sindaca con qualche sediolina circola da tempo. D’altra parte, l’impresa della prima cittadina uscente è quasi disperata. Dal suo primo giorno di lavoro i poteri forti della città, con la forza della loro propaganda e di giornali menzogneri, l’accusano di tutto, financo di aver dato una ventiquattresima pugnalata nell’assassinio di Giulio Cesare. Balle grandi quanto la voglia di tornare ai bei tempi andati, quando si rubava alla luce del sole e si tollerava una corruzione diffusa, tanto una mano lava l’altra e tutte e due acchiappano dalle casse pubbliche, non a caso lasciate dai partiti di destra e di sinistra sistematicamente vuote. Di fronte a questo scempio la sindaca ha lavorato sodo e ottenuto importanti risultati, a tal punto che a destra non si trova un kamikaze disposto a sfidarla, tranne il solito Gasparri, consapevole che neppure a Giurassic Park i dinosauri sono più antichi di lui in Parlamento, e pertanto non gli costa nulla sperare in un miracolo.
Leggi tutto: Le proposte indecenti sulla Raggi
Finite le giravolte dei partiti (mai con questo, mai con quello, per poi finire quasi tutti insieme appassionatamente) ieri è toccato a Mario Draghi il turno delle piroette. Proprio lui che aveva mandato a casa Brunetta, Carfagna e Gelmini con tutto l’ultimo governo Berlusconi, co-firmando con l’ex presidente della Banca centrale europea, Trichet, la letterina che mandò a casa il Cavaliere, ieri ha richiamato gli alfieri di quella stessa stagione, inserendoli in una squadra da perfetto manuale Cencelli: un po’ per uno non fa male a nessuno. Così l’Esecutivo dei “migliori” è una lottizzazione da far morire d’invidia la Prima Repubblica, con molte conferme (ma quelli di prima non erano tutti incompetenti?) e l’aggiunta di qualche tecnico a cui auguriamo ogni bene, visti i volponi con cui se la dovranno vedere. Per i Cinque Stelle, più di ogni altra forza politica, rimbomba giustamente la domanda se valeva la pena di mettersi in questo fritto misto, dove chi ha affrontato le tempeste maggiori – Bonafede, Azzolina e Catalfo – devono cedere il posto a signori che sanno di cinema già visto, se non addirittura di restaurazione. Ma se Grillo non avesse chiesto agli attivisti di sporcarsi le mani sulla piattaforma Rousseau, ben sapendo che sostenere Draghi avrebbe fatto fuggire tanti validissimi sostenitori del Movimento sin dalla prima ora, a partire da Alessandro Di Battista, oggi avremmo un governo con quattro posti in più per la nipote di Mubarak, Renzi o la Bellanova, Salvini o qualche altra manina del Mef o di Bankitalia. Da adesso quindi non resta altro da fare che controllare ogni azione di questa terribile ammucchiata, tappandosi il naso con una mano e accendendo un cero con l’altra perché Dibba e le altre colonne Cinque Stelle, a tutti i livelli, a partire dai territori, tornino sui loro passi per dare una mano a vigilare sull’operato di ciascun dicastero. Di tempo non ce n’è molto, perché c’è da giurare che alle elezioni del Capo dello Stato, tra un anno, Draghi sarà fatto traslocare al Quirinale, aprendo così la strada alle elezioni. Ma per chi è abituato a dilapidare le casse pubbliche e ad arraffare questi mesi possono più che bastare.
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Che fine hanno fatto i camici del cognato di Attilio Fontana? Quale è stato il destino degli oltre 25mila dispositivi di protezione finiti al centro di un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto direttamente il governatore della Regione Lombardia? Sono finiti a Palermo, a quasi 1.600 chilometri di distanza da Varese, città dell’inquilino del Pirellone e della Dama spa, cioè la società del cognato Andrea Dini, che la moglie di Fontana possiede al 10%. Dopo mesi di corrispondenza con Aria, la centrale acquisti della Regione – depositata agli atti dell’inchiesta dall’avvocato Giuseppe Iannaccone – Dini si è dovuto arrendere: la Lombardia non vuole più i suoi camici. Neanche gratis. E quindi ha deciso di regalarli alla Croce Rossa di Palermo. Che non ci ha pensato due volte ad accettarli. “Facendo seguito alla vostra missiva, tenuto conto del perdurare dell’emergenza sanitaria e della necessità di porre in essere quanto necessario per limitare il contagio da Covid-19, confermiamo la nostra disponibilità ad accettare la donazione”, rispondono dalla Sicilia, neanche tre giorni dopo aver ricevuto l’offerta da Varese.
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Attribuire le responsabilità al mancato invio di sms sulla prenotazione dei vaccini in Lombardia a TIM. Poi, fare marcia indietro quando ormai l’informazione era già stata ampiamente diffusa e ripresa da tutti i siti di notizie e dagli altri media. Ieri, è iniziata – nel peggiore dei modi – la campagna di vaccinazione degli over 80 in Lombardia: la regione aveva predisposto una piattaforma online sulla quale bisognava iscriversi (inserendo pochi dati essenziali) e da cui si sarebbe dovuto attivare un servizio di messaggistica per raggiungere i cittadini con l’indicazione della data e dell’orario di somministrazione del siero. Tuttavia, dal momento in cui la piattaforma è stata attivata – a causa dei troppi accessi – il sistema ha subito degli evidenti rallentamenti, che hanno portato diversi utenti a lamentarsi del disservizio sui social network. La Regione Lombardia, inizialmente, aveva provato a smarcarsi da ogni tipo di responsabilità, scaricando su TIM la colpa di quanto accaduto: «Tim non riesce a inviare gli Sms di risposta – hanno fatto sapere dal Pirellone -, stanno lavorando per risolvere il problema». Questa versione ufficiale, come detto, era stata ripresa da tutte le testate giornalistiche principali, contribuendo a creare questa narrazione rispetto ai problemi riscontrati dai cittadini lombardi sul sistema di prenotazione dei vaccini contro il coronavirus.
Leggi tutto: Prenotazione online dei vaccini in Lombardia: regione dà la colpa a Tim, ma Tim non c’entra nulla
Cominciano a litigare, prima del previsto. Quel cocciuto del ministro Speranza dà retta alla scienza e chiude, la Lega dà retta al portafoglio dei suoi elettori ed insorge. I leghisti vorrebbero tenere aperto o che perlomeno il virus programmi in anticipo la sua mutazione e diffusione in modo che ristoranti e impianti sciistici si possano organizzare per tempo. Già, pare non sia stata la Madonna di Medjugorje a convincere Salvini a tuffarsi nell’ammucchiata, ma i danè. Il profondo nord voleva liberarsi dalla “dittatura sanitaria” imposta da Conte e tornare a laurà. Peccato che Draghi gli abbia rifilato una fregatura colossale. La Lega si ritrova lo stesso identico ministro della salute di prima e con tutto il cucuzzaro scientifico al seguito. Che si arrivasse presto alle mani era inevitabile. Ora bisognerà capire se si tratta solo di una scaramuccia passeggera oppure dell’inizio della maxirissa governativa che molti prevedono e anche auspicano. Altro che unità nazionale come se fosse antani, botte da orbi. I “migliori” contro quelli di “alto profilo”. Voltagabbana di lungo corso contro nuove leve. Tecnici della poltrona contro politologi della stessa. Mezzi negazionisti contro mezzi allarmisti. Botte da orbi. Del resto non sono d’accordo su nulla. Nemmeno su come affrontare l’emergenza pandemica come dimostrano queste prime scazzottate. Su nulla.
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Un’amica di simpatie leghiste mi ha scritto una lettera, accusando il Governo Conte di ogni nefandezza. Questa è la mia risposta. Cara F., nel tuo stupefacente j’accuse ti sei dimenticata di dire che non sono ancora arrivati i ristori alle popolazioni del Belice per il terremoto del 1968. È sicuramente colpa del governo Conte. Il tuo cahier de doléances (quaderno delle lamentele), pur di diffamare il premier uscente, ha raschiato il barile del peggio del peggio delle fesserie che dice Salvini, ovviamente sempre senza uno straccio di prova, diciamo “à la Trump”. Mi limito alle osservazioni basilari.
RISTORI. In Italia il volume di aiuti e ristori, in proporzione al Pil, è secondo quasi solo a quello della Germania e, in quanto a velocità di erogazione, è superiore alla Germania. Nella classifica dei ristori ad aziende e lavoratori in crisi per la pandemia, la Germania è prima in Europa, con il 28,9% del Pil. Seconda è la Spagna (20%), terza l’Italia (17%) e quarta la Francia (13,7%). Fuori dall’Ue, gli Stati Uniti si attestano al 14,2%. Anche per la rapidità delle erogazioni, l’Italia è nel gruppo di testa. Prima è sempre la Germania, con 8 giorni per dare il via alle prime misure (attenzione: le prime misure). La Francia ha impiegato 13 giorni, la Spagna 19 e l’Italia 23. Però c’è anche l’altra faccia della medaglia: in Germania l’erogazione è partita rapidamente (in 8 giorni) ma si è anche incagliata presto, tanto che a oggi solo l’8% dei fondi statali è stato realmente distribuito, mentre la maggiore distribuzione degli aiuti in Europa, ad oggi, è stata quella italiana. Fonte: elaborazione dai dati della Federazione autonoma dei bancari italiani (Fabi), gennaio 2021.
EDILIZIA. Il superbonus 110% sulla casa (invenzione italiana) ha rimesso in moto l’edilizia che era a terra: “Da dicembre a fine gennaio il valore dei cantieri aperti è passato da 537 milioni a 2,96 miliardi” e l’industria edilizia sta creando in fretta posti di lavoro, tanto che “deve formare al più presto 20-30mila capicantiere, e poi servono alcune decine di migliaia di manovali” (Corriere della sera 9 Feb. 2021).
EXPORT. La politica del governo Conte “ha consentito che il calo del Prodotto interno lordo del 2020, pur ampio (-8,8%), non fosse delle proporzioni indicate dai tanti professionisti della sventura che popolano i talk show. Ma non è finita: la grande sorpresa è stata rappresentata dall’export, che avrebbe dovuto uscire mutilato dal blocco della mobilità, e invece è addirittura cresciuto dell’1,1% tra il novembre ‘19 e quello successivo”. (Dario Di Vico, Corriere della sera, 10 feb. 2021).
INDUSTRIA E COMMERCIO. Confindustria e Confcommercio nei giorni scorsi hanno chiesto a Draghi di confermare tutte le misure economiche del Governo Conte. Con ciò hanno ammesso implicitamente che meglio di Conte non si poteva fare. E dire che Confindustria e Confcommercio sono state due organizzazioni aprioristicamente ostili a questo Esecutivo, con continue prese di posizione pubbliche, in convegni e sui giornali.
SCUOLA. Per le tanto disprezzate politiche sulla scuola, ecco cosa dice il nuovo ministro dell’Educazione Bianchi: “Il lavoro della Azzolina? È stato massiccio e importante: ripartirò da lì”. “Lucia Azzolina che vedrò martedì ha lavorato moltissimo. Le dirò di più: ho l’impressione che non abbiamo messo abbastanza in evidenza quello che tutta la scuola italiana sta facendo”. (Intervista a Il Fatto quotidiano 14 febbraio 2021).
VACCINAZIONI. Fino a dieci giorni fa, prima che iniziassero i ritardi di Pfizer e AstraZeneca, l’Italia era leader nell’Unione europea per numero di vaccinazioni eseguite in proporzione alla popolazione. In numeri assoluti, in Italia “sono state vaccinate ad oggi 3 milioni di persone, di cui un milione ha già avuto anche la seconda inoculazione. In totale dunque 4 milioni di inoculazioni” (Fonte: RaiNews24 del 14 Feb. 2021). Per dire: in Francia solo 400mila persone vaccinate, ma i francesi non hanno Conte, quindi va bene.
Non vado avanti perché si sa che il peggior sordo è colui che non vuole sentire. Per chiudere, ti confermo quanto ti ho scritto in precedenza, ossia: “Un premier che riporta l’Italia in Europa dopo i danni fatti da Salvini e dai sovranisti; un premier che chiude tutta l’Italia in lockdown, cosa inaudita mai fatta da alcun paese di tradizione occidentale prima di lui e che ora dopo di lui fanno in tutto il mondo; un premier che ottiene per la prima volta nella storia dell’Europa una condivisione del debito (perché il Recovery Fund è esattamente questo), è uno statista che entra nella Storia della Repubblica italiana”. Perciò cara F., un giorno ai tuoi nipoti dovrai dire: “Io c’ero, ma non me ne accorsi”.
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Premesso che di errori ne facciamo tutti, però da un ministro dell’istruzione ci si aspetta che non ne faccia o almeno che non ne faccia di così triviali. Sabato 13 febbraio giura il nuovo governo Draghi. C’è l’emergenza pandemia e i ministri nella foto di gruppo se ne stanno ben distanziati. Lo stesso Franceschini, ministro della Cultura, porta una curiosa legatura della mascherina a cuffia ed ha riposto – per l’occasione – i famosi guanti in lattice. Finite le cerimonie scatta la trappola in cui cade il nuovo ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, “uomo della bassa”, che non sa resistere al fascino televisivo e rilascia una breve intervista al programma maratona di Mentana, su La7. “Quando ho capito che sarei diventato ministro? L’ho imparato ieri sera”. Ora “imparare” appare improprio e sarebbe stato meglio usare “l’ho saputo” o similari. Ma la perla è, naturalmente, sul congiuntivo che è il vero spauracchio degli italiani e non risparmia neppure il ministro dell’istruzione! Infatti dice: “Ho trovato della bella gente, speriamo che faremo tutti bene”, ed utilizza quindi “faremo” invece di “facciamo”. Mentana che era già trasalito al primo termine, in realtà dialettale, al secondo si trattiene, ma fa smorfie di disagio.
Pessimo esordio grammaticale dunque, ma pochi giornali ne parlano. A parte Mentana che era in diretta, e Libero e Il Giornale, i giornaloni tacciono imbarazzati che un ministro del governo Draghi, per di più dell’Istruzione, possa cadere sulla buccia di banana del congiuntivo, come un Di Maio qualsiasi. Appunto, veniamo a Di Maio. Vi ricordate quello che fecero i giornali e le tv quando gli capitò di sbagliare qualche congiuntivo? La notizia fu in prima pagina per giorni con la differenza che lui non era il ministro dell’istruzione, cioè colui il quale incarna nell’immaginario collettivo la correttezza grammaticale della nazione.
Due pesi e due misure? Si direbbe proprio di sì. Questa partigianeria dà un po’ la misura della qualità dell’informazione: se si tratta di un “nemico” lo si distrugge e lo si espone alla gogna mediatica, se invece ad incappare nell’errore è un “amico” si glissa, con l’aggravante – come detto – che si tratta di un ministro dell’istruzione pubblica.
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Analizzando la vestibilità di diversi modelli di mascherine, un team di ricerca guidato da scienziati dell’Università di Cambridge ha dimostrato che in molti casi i dispositivi non si adattano bene al viso, facendone crollare l’efficacia protettiva. Una N95 che non aderisce bene al viso filtra le stesse particelle respiratorie di una mascherina di comunità e chirurgica. Le mascherine rappresentano una delle principali misure anti contagio contro il coronavirus SARS-CoV-2, assieme al lavaggio delle mani e al distanziamento sociale, e ormai tutti noi abbiamo imparato a conviverci. Per la popolazione generale sono raccomandate le mascherine chirurgiche e le cosiddette mascherine di comunità in tessuto, mentre sono pensati per gli operatori sanitari i filtratori professionali FFP2 ed FFP3.
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Domenico Arcuri, commissario scelto dal governo Conte per gestire l'emergenza Covid-19, è sempre più in bilico. Da più parti viene considerata disastrosa la sua gestione e per sostituirlo il centrodestra propone Guido Bertolaso, medico, laureato con il massimo dei voti, trasformato in signore dei disastri e dell’emergenza. Nasce in Campania l'idillio tra il centrodestra e Bertolaso, più correttamente tra Bertolaso e Berlusconi. Un giorno lo sancisce: Il 26 marzo del 2009.
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Chi sosteneva che durante i due Governi Conte il Parlamento è stato esautorato a colpi di decreti è destinato a ricredersi. L’Osservatorio sulla legislazione della Camera, che dà supporto tecnico al Comitato per la legislazione attualmente presieduto dal dem Stefano Ceccanti (nella foto), analizzando quanto accaduto in questa prima parte della legislatura e confrontandolo con lo stesso periodo delle due legislature precedenti, ha infatti appurato che per quanto riguarda proprio la decretazione d’urgenza, nonostante gli stravolgimenti apportati alla stessa attività parlamentare dalla pandemia, è aumentata la “capacità trasformativa” del Parlamento. Dall’inizio della legislatura i decreti legge sono cresciuti in media di 54 commi rispetto ai 31 dello stesso periodo della legislatura precedente e ai 25 della XVI. I parlamentari non hanno dovuto quindi semplicemente avallare o respingere le scelte dell’esecutivo, ma hanno avuto modo di intervenire e di modificare le norme.
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Tutti delusi dai nuovi ministri decisi da Mario Draghi. Quello che meno di tutti va giù è però Roberto Speranza. Un boccone amarissimo, quello della conferma del ministro della Salute già del Conte bis, anche per Paolo Becchi. "C’erano tante speranze e invece ci ritroviamo Speranza, applicato Manuale Cencelli", ha cinguettato l'editorialista di Libero vista la lista. D'altronde il flop del ministro impegnato nella gestione dell'emergenza coronavirus è sotto gli occhi di tutti. Lo stesso Massimiliano Cencelli è intervenuto per dire la sua. Dato pienamente ragione a Becchi. "La lista dei ministri del governo Draghi in linea di massima rispecchia il mio manuale... Sono 3 del Movimento 5 stelle, 3 del Pd, tre di Forza Italia. Draghi ha applicato al 50% il manuale Cencelli e al 50% ha riesumato tutti i ministeri che erano stato chiusi''.
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